Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, nella sua ultima circolare sul divieto d’uso dei cellulari a scuola, sembra essersi calato nei panni di un moderno luddista.

Il termine, nato nel XIX secolo, richiamava il movimento operaio britannico che reagì anche violentemente all’introduzione delle macchine nell’industria, ritenute causa di disoccupazione e bassi salari. La leggenda vuole che il nome derivi da Ned Ludd, un operaio che, accusato di oziare, distrusse a martellate il telaio che volevano affidargli.

Oggi, come allora, il rischio è che la battaglia contro la tecnologia si riveli non solo inutile, ma persino dannosa.


Il paradosso del divieto

Se a scuola i ragazzi, veri nativi digitali, non vengono educati all’uso corretto del cellulare e delle sue applicazioni – inclusa l’intelligenza artificiale – chi dovrebbe farlo?

Davvero è sufficiente vietare per risolvere il problema?
È un’illusione pensare che il divieto equivalga a educazione: al suono della campanella lo smartphone finisce in tasca, per riapparire subito dopo senza regole, strumenti o consapevolezza.

Così si alimenta l’ipocrisia, deresponsabilizzando la scuola e lasciando i ragazzi soli davanti a un mondo digitale complesso.


Dalla negazione all’educazione

La scuola dovrebbe fare l’opposto: non negare la realtà, ma governarla. Non esorcizzare la tecnologia, ma insegnarne l’uso critico.

Lo smartphone, strumento ormai universale, può diventare un alleato straordinario della formazione, come già previsto dalla legge 107/2015 con la misura BYOD (Bring Your Own Device – porta il tuo dispositivo).

Se invece studenti e docenti non acquisiscono le competenze necessarie, rischiano di cadere nella trappola della manipolazione e della dipendenza.


La formazione degli insegnanti

La sfida parte dai docenti: formarli, dare loro strumenti e conoscenze per guidare gli studenti a un uso consapevole. Mostrare che la tecnologia può essere usata per apprendere deve diventare una finalità sociale, non un’imposizione dall’alto.

Sarebbe persino esaltante aprire le scuole anche il pomeriggio per corsi rivolti a studenti e genitori – questi ultimi spesso “immigrati digitali” – su un uso corretto del cellulare.


I giovani non più spettatori

Se un tempo la televisione trasmetteva e i giornali formavano opinione, oggi ognuno può creare contenuti, diffondere idee, generare opinioni. I giovani non sono più spettatori, ma parte attiva del flusso comunicativo.

Come può allora la scuola, la più grande agenzia educativa del Paese, non assumersi la responsabilità di insegnare come gestire la tecnologia?

Il rischio, altrimenti, è enorme: i ragazzi potrebbero percepire l’intelligenza artificiale come alternativa alla scuola, con conseguenze disastrose per la cultura e l’educazione critica.


Guardare ai modelli europei

Il pericolo è credere di difendersi dalla tecnologia bandendola dai corridoi. In Paesi come Finlandia e Svezia i cellulari non sono proibiti, ma regolati. L’uso è consentito a fini didattici, con regole chiare che trasformano uno strumento potenzialmente dispersivo in un alleato per l’apprendimento.

Questa è la vera modernità:

  • non proibire, ma educare;

  • non cancellare il problema, ma affrontarlo.

La scuola non deve difendersi dalla tecnologia: deve insegnarla, dominarla e trasformarla in un’opportunità di crescita e cittadinanza consapevole.


Conclusione

È nella capacità di usare consapevolmente gli strumenti digitali che oggi si plasmano opinioni, relazioni, mercati e persino la politica. È lì che si gioca la qualità della nostra democrazia e la libertà dei cittadini di domani.

Giancarlo Marcelli

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