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Per diversi lustri ho abitato quasi di fronte alla porta carraia del castello Pallotta di Caldarola.

In via Falerense, in un giardinetto recintato da una ringhiera, nei pressi della sopracitata porta, vegeta un bel cedro del Libano (Cedrus Libani). Negli anni Ottanta del Novecento gli anziani del posto dicevano che era stato messo a dimora durante una delle prime “feste dell’albero”, istituite da Arnaldo Mussolini.

Oltre un decennio fa tolsi con le tenaglie, dai primi tre metri del tronco, un barattolo di chiodi arrugginiti. Chissà nei decenni passati cosa ci avevano appeso?

Di quell’albero ho accennato in qualche mio articolo e l’artista napoletana Ena Villani ne aveva fatto un disegno al tratto.

Il venerdì santo 22 aprile 2011, rientrando a casa notai con sgomento che alcuni bassi rami erano stati malamente amputati. Erano sopra la rampa di accesso al mio garage e non davano nessun fastidio, né a persone, né ad auto.

Cos’era successo?

Un ramo arrivava, per pochi centimetri, sopra il basso tetto di una costruzione e il proprietario era andato a lamentarsi in Comune di quella disgrazia!

Il geometra dell’ufficio tecnico comunale, appena ebbe in paese un elettricista (di un Comune limitrofo) con l’autocarro munito di cestello (che sostituisce le lampadine fulminate sui lampioni stradali), gli affibbiò l’incombenza.

Quell’uomo arrivò lì e tagliò a casaccio dei rami: essi ancora fanno pessima mostra, perché tutte le capitozzature non si cancellano, restano per tutta la vita dell’albero.

C’è da domandarsi: “Un elettricista cosa ne sa di potature?”. L’unica sua dotazione è costituita dall’autocarro con il cestello e dalla motosega.

Non è botanico, agronomo, perito agrario, non possiede la certificazione europea European Tree Worker (ETW), non ha seguito nessun corso di potatura, non è neanche giardiniere. Ma i giardinieri, di solito, si occupano di aiuole, fiori, vasi e cespugli, in genere le loro conoscenze di potature di medi e grandi alberi sono troppo modeste. I nostri agricoltori degli anni Sessanta, anche se a modo loro, erano più rispettosi degli alberi di campagna.

C’è da chiedersi: “Perché impiegare gli incompetenti per rovinare begli alberi che hanno una storia o sono secolari?”.

Appena mi fu possibile, un mattino, mi recai in Comune in udienza dal sindaco. Gli mostrai il disegno a tratto che raffigurava quell’albero storico.

Il sindaco non me lo disse, ma capii che non aveva dato disposizioni dirette circa la scrociatura degli alberi urbani. Ma non ottenni un briciolo di soddisfazione: lui non volle disapprovare (con me) l’operato di un dipendente comunale e … il danno irrimediabile era stato già fatto.

Ma il problema è più complicato di quanto sembra. Interpellato al riguardo a proposito degli “esperti” uno di loro mi ha scritto quanto segue:

Loro sono i peggiori tagliatori! Basta che li si paga e sono capaci normalmente di giurare il falso con perizie accomodanti e completamente inventate. Gli alberi diventano tutti pericolosi o malati, anche quando non lo sono proprio, e comunque non capiscono nulla di botanica e della biologia delle piante, né della loro ecologia. Ci vogliono più tecnici con maggiore etica, più botanici e più biologi vegetali, sempre con etica; diversamente siamo sempre al punto di partenza anche con loro”.

Si potrebbe dire che tra chi li considera solo un fastidio (uffici tecnici), incompetenti, ed esperti che scendono a “compromessi”, in troppi casi, essi lucrano sulla pelle, pardon, corteccia degli alberi, i quali sono fondamentali per la vita di umani, animali e tutto l’ambiente. Essi riusciranno a cavarsela?

Considerato che i Comuni sembrano non avere fondi per curare e mantenere come si deve gli alberi e il verde urbano, suggerisco a loro di consorziarsi con altri Comuni, o appoggiarsi alle Unioni Montane ove presenti, per rivolgersi solo a personale specializzato. Anziché chiamare quelle cooperative che utilizzano personale non qualificato e tagliano i rami a casaccio, anche per portare più legno e fogliame al centro di raccolta delle cosiddette biomasse.

Quelle anonime “cooperative” (così le chiamano gli addetti agli uffici tecnici) offrono agli enti locali tariffe stracciate, ma fanno intervenire operatori assolutamente non qualificati.

Eno Santecchia

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