Ritengo necessario proporre alcune riflessioni sulla scuola secondaria tecnica rimodellata nella decantata riforma, per segnalare per contro la modestia degli obiettivi formativi previsti e lo stato di disagio dei docenti nella loro quotidianità professionale. La retorica in atto dell’aggiornamento e della modernizzazione strutturale nasconde, in realtà, un insieme di tagli e riduzioni di organici, che rischiano di indebolire profondamente tali percorsi di studio tradizionalmente di valore e già rimodellati adeguatamente nel 2010.
Al di là dei dettagli della struttura dell’offerta culturale e professionale, per la quale incidendo solo nei quadri orari si sono paradossalmente mantenute le linee guida della precedente riforma, la perdita di approfondimento disciplinare specifico con accorpamento in un’unica disciplina, l’introduzione di nuove disposizioni ancora non completamente formalizzate mentre si sono già concluse le iscrizioni e la definizione degli organici con nuovi codici di indirizzo inappropriati, creano difficoltà organizzative e rendono complessa la programmazione didattica con un evidente indebolimento funzionale del settore tecnico e un conseguente impoverimento della preparazione degli studenti.
La riduzione presente nella riforma dell’educazione alla professione, appare una menomazione strutturale del settore, in cui si preferisce indicare come addestrare i giovani al lavoro, considerandoli semplicemente capitale umano che opera, evitando di indirizzarli verso pratiche di creatività progettuale, caratteristica tradizionale del settore. Per invertire la rotta, sarebbe stato o magari sarà utile non dimenticare gli antichi modelli educativi di formazione globale, mirati allo sviluppo etico, fisico e culturale del cittadino per renderlo completo, recuperando contestualmente il ruolo dell’insegnante che, lungi dall’essere un educatore della persona, è ora ridotto a un ingranaggio dell’apparato amministrativo dove contano moduli, scadenze, relazioni, aggiornamenti.
Un docente che non si occupa più di coltivare un rapporto sano con i suoi studenti, ma deve curare protocolli su protocolli, perde motivazioni ed energie. Una scuola troppo burocratica è una delle cause della crisi che il ruolo dell’insegnante ha subito negli ultimi anni. Se un tempo il docente era riconosciuto come autorità morale e punto di riferimento culturale, oggi viene visto da alcuni come un semplice impiegato statale e nel peggiore dei casi dai suoi allievi come un ostacolo da rimuovere.
La vera scuola non può essere questa, ma un luogo dove aiutare gli studenti a coltivare la propria persona e la propria creatività, con insegnanti che spingono a conoscere il mondo, in una pratica formativa molto diversa dal misurare, certificare e incasellare lo studente. Una scuola in cui i docenti siano riconosciuti nella loro importanza culturale, in quanto agenti di conoscenza, non di fabbricanti di occupati, remunerati adeguatamente e non sottomessi a pratiche tecnico-burocratiche da ministeri, organismi amministrativi periferici e famiglie.
Soltanto quando saranno valorizzati nel loro ruolo i docenti potranno costruire con gli studenti un dialogo autentico e aiutare la scuola a recuperare la propria funzione educativa originaria.
Prof. Giancarlo Marcelli


