Il trend della perdita dei talenti marchigiani laureati o super specializzati che lasciano le proprie comunità per l’estero è un dato non banale e trascurabile.

Probabilmente mancano occasioni coerenti con i titoli acquisiti e l’attrazione che arriva dall’estero è comprensibile: lì i posti di lavoro sono coerenti con gli studi condotti, gli stipendi ottimi, le prospettive eccellenti e la qualità della vita più attraente dell’esistente.

Per i laureati, la perdita nelle Marche è stimata in circa 900 unità l’anno, anche se alcuni studi dimostrano che i dati censiti siano minori   di quelli reali; più difficili sono i pronostici per i super diplomati ancora in fase di iniziale stabilizzazione. Se le nostre Università garantiscono studi e competenze di valore sul digitale, sull’Intelligenza Artificiale e sulle nuove tecnologie, perché i giovani emigrano? In passato molti di noi emigravano per studiare in blasonate Università del nord o di regioni del centro adiacenti, accattivanti per sviluppare professionalità da capitalizzare poi al rientro!

Oggi il processo si è invertito perché le nostre Università hanno fatto passi da gigante con corsi eccellenti, ma i giovani, una volta laureati, se ne vanno perché il mondo delle piccole e medie imprese non appare attraente e quello sociale e professionale stenta a manifestarsi.

Il problema è, a mio avviso, complesso e abbraccia tante problematiche, prima delle quali la qualità della vita nei territori di appartenenza. Sempre più giovani laureati mi dicono: prof. ma qui cosa posso fare?  Ho studiato da ingegnere, da medico, mi sono laureato in discipline scientifiche o umanistiche per non ritrovare quello che cerco?

In alcune aree operano imprenditori illuminati che hanno creato positive risposte; in altre, come in particolare nei territori interni, è tutto fumoso e evanescente e le uniche attività che proliferano sono quelle legate al turismo temporaneo. Gli enti locali si occupano di tutto tranne dell’attrazione stabile di imprenditori, della realizzazione di servizi sociali di qualità, di garantire un futuro decoroso per i residenti! Eccoci e eccoli i giovani talenti, relegati nel mondo delle fiabe, nel quale solo il sistema pubblico offre qualche opportunità stagionale di valore, mentre il sistema privato stenta. Cosa fare?

Occupandomi di formazione superiore e avendo condiviso con imprese e organismi rappresentativi la questione, provo a condividere qualche riflessione.

 

  • La rete degli atenei, delle associazioni e fondazioni formative non può funzionare adeguatamente se solo competitiva e autoreferente, con al loro interno ruoli non specifici e ben coniugati. Le Università devono essere parti propulsive di un sistema intelligente che non vive di contrapposizioni, ma di reciproco sostegno. Con loro gli Enti locali non devono né elemosinare né contrattare progetti, ma proporre   necessità su cui svilupparsi. Nello specifico regionale ci sono settori industriali di alta potenzialità, spesso in dismissione e in difficoltà! Penso a quello della carta che conosco bene, a quello dell’automazione digitale con cui ho avuto la possibilità di confrontarmi, a quello del mobile in cui nel nostro territorio sono ritagliati solo poche unità di valore che fanno la differenza, o a quello del calzaturiero ricco di grande tradizione innovativa, ma sempre in crisi! Penso anche all’artigianato locale di valore che vive spesso di stenti, perché trascurato e non incentivato. Ogni realtà deve vedere ascoltati i bisogni formativi dei soggetti deputati alla realizzazione, trascurando la stravaganza del fai da te, tipica dell’invasione   di associazioni di categoria che si affidano a se stesse per realizzare quanto altri fanno per mestiere e ovviamente meglio. Conosco bene ad esempio il “vecchio sistema” degli ITS, avendo avuta la fortuna di averne condivisa la fondazione e la regolamentazione. Nel tempo chi sovrintendeva a tale formazione erano Istituti scolastici di valore con i propri insegnanti, forgiati all’arte della conoscenza tecnica- scientifica e alla sua divulgazione. Le esperienze condotte erano per gli studenti valorose e plasmanti il senso di appartenenza. Quando sono venuti meno i finanziamenti finalizzati allo scopo e sono arrivati quelli pubblici del PNRR, gli appetiti di ogni socio, associazione e di enti più o meno blasonati sono divenuti voraci disperdendo gli interessi accumulati nella ricerca di stabilizzarsi in luoghi già fatti e non da trascurare.

L’istituzione e il finanziamento costante di veri centri di ricerca e sviluppo   gestiti da   professori individuati per meriti e non per appartenenza, non può essere  un passatempo professionale del momento,  ma un impegno costante legato al territorio e alle sue necessità. Ora ne siano lontani anni luce!

  • Gli Istituti secondari devono tornare a essere luoghi di studio vero e non officine di diplomati per i bisogni aziendali del momento.

 

  • Gli organismi professionali devono fare un salto di qualità, passando da soggetti giuridici di rappresentanza a soggetti di realizzazione.

 

  • Gli enti locali devono curare infine il territorio trasformandolo in centro stabile di opportunità, allentando la politica palliativa del turismo occasionale per concentrarsi in quella della stabilità di luoghi di lavoro e servizi, integrati e garantiti.

Il percorso da fare è magari complesso, ma fare sintesi fra vere opportunità, senso di appartenenza e bisogni dei territori è un via maestra per il recupero delle vere necessità formative da sviluppare negli atenei e in appropriati luoghi di ricerca, sostenuti nelle fasi propedeutiche dalle consolidate competenze di Istituti Scolastici non snaturati, garantiti da opportuni e stabili finanziamenti e  monitorati dagli enti locali che devono elevarsi dalla quotidianità festaiola per conquistare la certezza di un futuro in cui i giovano non scappino, ma rimangano, per assicurarlo e custodirlo. Favorire la sinergia aiuta la stabilità, valorizzare il merito serve a garantire un futuro di certezze e non di occasioni e a valorizzare localmente i talenti!

Giancarlo prof. Marcelli

 

 

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