Ci sono momenti nella vita di una nazione in cui il silenzio dovrebbe prevalere sul rumore, in cui la memoria condivisa dovrebbe imporsi sulle faziosità del presente. Il decennale del drammatico terremoto che ha sventrato Amatrice e Arquata del Tronto, seminando distruzione e morte, era uno di questi momenti. Eppure, la visita del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sui luoghi del cratere si è trasformata nell’ennesimo, deprimente, palcoscenico per le tifoserie politiche.

Invece di stringersi attorno a una comunità che da dieci anni lotta per rinascere, l’Italia ha scelto ancora una volta di dividersi. E lo ha fatto nel modo peggiore.
L’istituzione come bersaglio
La presenza del Capo del Governo in un luogo simbolo di una tragedia nazionale non è, o non dovrebbe essere, una questione di colore politico. È la presenza dello Stato. Eppure, il fatto che Giorgia Meloni sia in carica da quasi cinque anni – una continuità quasi anomala per gli standard storici italiani – sembra essere diventato un problema insormontabile per una certa parte politica. Un nervo scoperto che trasforma l’opposizione, fisiologica e necessaria in democrazia, in un antagonismo a priori, incapace di fermarsi persino di fronte alla commemorazione dei morti.
Il trionfo dei “leoni da tastiera”
Ma il problema più grave non risiede solo nelle aule parlamentari o nei comunicati stampa. Il vero specchio del nostro degrado si trova sui social network, diventati ormai un’arena per leoni da tastiera. La visita ad Arquata è stata l’ennesima occasione per scatenare insulti, derisioni e polemiche pretestuose.
Manca totalmente il senso della misura. Dietro lo schermo di uno smartphone, l’italiano medio sembra aver smarrito ogni traccia di quel senso civico che dovrebbe essere il collante di una società. L’insulto ha sostituito la critica; il dileggio ha preso il posto dell’argomentazione. È una rabbia cieca e sterile che non costruisce nulla, ma si limita ad avvelenare i pozzi del dibattito pubblico.
Una crisi di dovere e di merito
Da dove nasce questa deriva?
La risposta va cercata in una profonda crisi educativa prima ancora che politica. Siamo cresciuti, e stiamo crescendo le nuove generazioni, in una società che ha enfatizzato ossessivamente i diritti individuali, dimenticando colpevolmente i doveri collettivi.
Abbiamo espunto dal nostro vocabolario concetti fondamentali come il senso del dovere e la cultura del merito, declassandoli a concetti superati o, peggio, a strumenti di oppressione. Ma una società civile non può reggersi senza l’impegno individuale verso la collettività. Quando il merito non viene riconosciuto e il dovere viene percepito come un’imposizione fastidiosa, il risultato è l’anarchia comportamentale a cui assistiamo oggi.
Il punto più basso
Al di là delle legittime divergenze politiche, ciò a cui stiamo assistendo è un crollo dell’educazione, sia verbale che comportamentale. Non è la politica a segnare il momento più basso della nostra Italia, ma il nostro modo di relazionarci ad essa e tra di noi.
In questi dieci anni, si è lavorato per ricostruire le case, le strade, le infrastrutture dalle macerie fisiche.
Ma guardando al dibattito pubblico di questi giorni, sorge un dubbio atroce: chi ricostruirà le macerie civiche, morali ed educative di questo Paese?

