Luglio e Agosto sono i due mesi per eccellenza dedicati alle vacanze scolastiche dopo una stagione impegnativa conclusa con il giudizio finale (positivo o negativo) ma comunque lontani dai banchi di scuola. Ma il tema e le riflessioni su quale scuola ci riserverà il futuro, tiene “banco” nel dibattito politico e di conseguenza ne parlano i giornali e non mancano le riflessioni. Questa settimana interviene il nostro esperto, il professor Marcelli, che ci fa riflettere sul valore dell’insegnamento:
Riflessioni di scuola
Lascia perplessi sul tema dell’educazione dei giovani< il pensiero del Ministro Valditara.
Due considerazioni sono necessarie perché la scuola, come si diceva un tempo, è “un’organizzazione complessa” la cui missione è quella di rispondere ai bisogni sociali mediante processi culturali di formazione.
Nel 1969, data significativa per il sistema scolastico, si lottò da parte di molte forze politiche perché ai giovani degli Istituti professionali venisse riconosciuto il loro titolo scolastico come diploma di maturità dopo due anni oltre la qualifica triennale.
Per molti di loro si aprì la strada dell’acceso alle università e per personale successiva conoscenza ricordo valenti diplomati che grazie all’accesso universitario divennero bravissimi ingegneri, eccellenti medici e importanti avvocati.
Il citato passaggio dunque definì una sorta di riconoscimento di competenze non conclusive, ma necessarie di approfondimenti successivi di successo. Ora con proposte stravaganti si ha l’impressione che non sia più così e per i giovani del professionale con 4 anni di formazione l’Università sarà difficilissima da frequentare, rimanendo solo il segmento biennale di formazione, quello degli ITS, sicuramente utile per l’impresa e il lavoro, ma da affrontare dopo un percorso riduttivo di studi.
Da Dirigente Scolastico di molti istituti tecnici e professionali ritengo il modello citato culturalmente limitato, quasi non scolastico, ma esclusivamente finalizzato a apprendimenti specifici, ma non completi.
Altro tema degno di riflessione è quello del divieto dell’uso dei cellulari anche negli istituti secondari, ritenendo che siano motivo di distrazione nell’applicazione scolastica. Sicuramente il dispositivo, se non opportunamente gestito, non aiuta nell’impegno creativo, ma vietarne l’uso, a mio modesto avviso, rappresenta una limitazione poco coerente con le aperture appena descritte verso la pratica della tecnologia. Viene da dire allora che se la scuola del futuro dovrà facilitare gli apprendimenti tecnologici essa non sarà da praticare con modelli strutturali aperti da una parte al mondo dell’impresa e chiusi dall’altra alle innovazioni.
Questo era il senso della legge 107 di appena 10 anni fa, quando catalogava i dispositivi personali utili all’apprendimento anche in classe, con l’acronimo Byod (bring your divice), anziché vietarli con circolari Ministeriali disattente alle esperienze scolastiche, ma questa è la via Ministeriale seguita in questo tempo, tanto accorta nella cultura della rigorosità comportamentale, quanto lontana dal mondo esterno vissuto dai giovani!
Occorrerà magari valorizzare appropriatamente i docenti nella loro autorevolezza culturale, affinché possano coinvolgere gli studenti negli apprendimenti e affinché nessun dispositivo non sia più elemento di distrazione ma di attrazione di conoscenza.
Giancarlo Prof. Marcelli


