Dieci anni. Un decennio esatto da quando la terra del Centro Italia si è aperta, inghiottendo vite, storie e borghi. Oggi, di quel 2016, rimangono i cantieri, i milioni di euro stanziati e una domanda che suona come uno schiaffo: l’udienza concessa da Papa Leone XIV lo scorso sabato 31 ottobre andava forse rimandata?

Il peso delle verità non può più essere nascosto sotto il tappeto delle celebrazioni istituzionali. L’inchiesta sulla ricostruzione, deflagrata con il suo carico di otto arresti e 51 indagati, apre una voragine ben più profonda di quelle lasciate dal terremoto. Solleva interrogativi brutali sull’opportunità di quell’appuntamento in Vaticano e, soprattutto, sulla reale trasparenza delle nostre istituzioni. L’incontro con il Pontefice avrebbe dovuto rappresentare un’occasione di vicinanza, un riconoscimento al dolore e una scintilla di speranza. Ma come si può parlare di speranza quando l’ombra della corruzione oscura i ponteggi?

Il silenzio d’oro di chi ha smesso di indignarsi

C’è una verità ancora più scomoda degli avvisi di garanzia, una realtà che fa storcere la bocca ai benpensanti: una fetta della cittadinanza ha scelto il silenzio. E lo ha fatto non per rassegnazione, ma per convenienza. La ricostruzione ha portato con sé un fiume di milioni di euro, un indotto gigantesco in cui è facile, facilissimo, che qualcuno ne tragga giovamento anche in modo illecito. Il cittadino silente, agevolato dai rivoli di questo fiume dorato, guarda altrove. Si indigna a bassa voce o non si indigna affatto, perché in fondo, in mezzo a questa mangiatoia collettiva, qualche briciola cade anche sul suo tavolo.

Il Centro Italia oggi non ha bisogno soltanto di nuove case, strade, scuole e infrastrutture. Ha disperatamente bisogno di istituzioni credibili, di controlli spietati ed efficaci, di amministratori che rispondano delle proprie azioni. La ricostruzione non deve lasciare un millimetro di spazio all’illegalità, perché le macerie materiali, prima o poi, i bulldozer le portano via. Le macerie della fiducia e dell’integrità morale, invece, non si smaltiscono in discarica: marciscono nel tessuto sociale per generazioni.

La legalità non è un’arma di distrazione di massa

E poi c’è il teatrino della politica. Assistiamo in queste ore alle dichiarazioni infuocate e agli appelli accorati di chi oggi siede all’opposizione, ergendosi a paladino della giustizia. Gli stessi che, per inciso, hanno gestito le prime, caotiche e fondamentali fasi della ricostruzione nei primi cinque anni post-sisma. Queste prese di posizione in favore della legalità diventano banali, se non offensive, quando vengono usate esclusivamente come randello per lo scontro politico.

Il principio di legalità è un punto fermo, o non è nulla. Deve scandire ogni giorno le nostre azioni, nel pubblico come nel privato. Oggi, invece, sembra diventato un optional, un feticcio da sbandierare a favore di telecamera o, peggio, un’arma di distrazione di massa. La legalità non si proclama a gran voce solo quando le manette scattano e lo scandalo finisce sui giornali: si pratica quotidianamente. Soprattutto da parte di chi ha l’onore e l’onere di amministrare, decidere, controllare e gestire le risorse pubbliche.

Forse il modo migliore, e l’unico veramente dignitoso, per onorare l’incontro con Papa Leone XIV non è cospargersi il capo di cenere in pubblico per poi tornare alle vecchie abitudini. Il modo migliore è avere il coraggio di guardare in faccia questa squallida realtà, fare piena luce su quanto accaduto in questi dieci anni e, soprattutto, restituire finalmente dignità a chi, dopo un decennio, aspetta ancora, onestamente e senza scorciatoie, di poter rientrare nella propria casa.

(IL COMMISSARIO CASTELLI DONA IL LIBRO AL PONTEFICE)

.

Lascia un commento