Cala il silenzio. Le luci illuminano il palco. Mi siedo al mio posto. Lo strumento stretto in mano. Di fronte a me il pubblico abbracciato dal buio. Io, il mio spartito. Al primo guizzo della bacchetta del maestro Vincenzo un sospiro anima i fiati. Il pavimento del palco vibra e la mia mente con esso. Il piede non può far altro che assecondare quella fusione di suoni. Quell’aria che prima era vitale per respirare, ora genera l’onda sonora. Così spero che tale onda poi attraverserà lo spazio, il tempo e raggiungerà le orecchie ed infine il cuore dell’ascoltatore. Suonare uno strumento a fiato è un atto di condivisione umana profonda, è rendere condivisione qualcosa che dovremmo tenere solo per noi, per poter respirare.

Se la musica è figlia della società che la ha prodotta, il concerto del 26 dicembre 2025 è stato un viaggio attraverso la storia dell’uomo.
Ogni brano possedeva un carattere unico e proprio, ma la musica fluiva costantemente. Il compito del esecutore è quello di enfatizzare le sonorità di una melodia, per renderle comunicative al pubblico. Tuttavia non percepivo come solo mia questa grande responsabilità, ma come un compito comune.

A fianco a me infatti c’erano i miei compagni. La paura di sbagliare veniva vinta per questo dalla voglia di condividere un’emozione provata già tempo fa, quando le note furono accostate dal compositore. L’emozione si veicola attraverso i dettagli: trilli, dinamiche, scale, accenti, sforzati, che nascono solo dopo tante sere passate insieme a studiare la partitura.
Così la tensione cresce vertiginosamente e con essa la concentrazione di chi suona. Solo il gesto di chiusura della mano di Vincenzo, risolve quella stessa tensione, che raggiunge il suo compimento catartico con l’applauso del pubblico, come se avesse percepito ciò che volessimo comunicare.

Quella sera per me, è stata un’esperienza meravigliosa e profonda, in cui il fluire del tempo si è fermato.
Pervasa dalle sensazioni che mi hanno colpito, come il sentire il metallo freddo delle chiavi del mio clarinetto sotto i polpastrelli e lo scorrere dell’aria lungo i fori, io stessa mi sono lasciata trasportare. Da Toshihiko Sahashi, con il suo ritmo incalzante e travolgente, a Johann Strauss jr. con il suo valzer a tratti adagio a tratti dirompente, passando infine per Henghel Gualdi ed il timbro jazzistico del clarinetto solo di Vincenzo, il concerto è stato indimenticabile.
I grandi filosofi arcaici dell’antica Grecia ritenevano che la musica fosse l’allegoria dell’essere. La musica è fatta di contrasti, di suoni differenti che allo stesso tempo si armonizzano, si legano tra loro indissolubilmente, così anche la nostra realtà si genera da un’armonia di opposti.
Solo il connubio di strumenti tanto diversi ha reso la nostra musica di tutti.
Severini Benedetta








