Formazione, impegni sociali e responsabilità. Pubblichiamo una riflessione attenta e qualificata (visto il quotidiano impegno sul “campo” del professor Marcelli) che ci può servire per capire da dove veniamo e dove stiamo andando:
“Recentemente, su alcuni quotidiani locali, sono apparsi come opinionisti alcuni rappresentanti del mondo delle imprese o di enti della formazione che hanno commentato dalla loro parte dati sui disoccupati giovanili, “privi, a loro parere, di competenze per profili culturali , ritenuti inadeguati a quelli richiesti”.
Sono stati criticati apprendistato e alternanza producendo quale soluzione necessaria quella che i giovani vadano formati dalle imprese, evitando che, appena formati, se ne vadano dal luogo della formazione.
Per esperienze condotte nella rimodulazione dei sistemi scolastici secondari tecnici e professionali, nonché in quelli post – secondari visti come sogno utile per quanti pensano che per fare il docente sia possibile anche una sorta di abilitazione honoris causa, ritengo che il non sapere stia divenendo una sorta di “tragedia sociale”, quando si guardano e valutano con le proprie lenti i problemi degli altri.
La scuola è una sorta di maestra di vita, perché nei processi educativi di crescita richiede studio, impegno e competenza da acquisire per percorsi formativi integrati, magari esterni alle sue mura, ma significativi nella crescita della personalità.

Una scuola vale per quanto, quale impresa culturale, investe sul futuro dei suoi studenti. Parlare di alternanza o di altre forme di avvicinamento al lavoro impone la conoscenza delle finalità del processo e delle prospettive dello stesso in un mondo più o meno largo in cui, “Confindustria docet”, non esiste più il lavoro sicuro, ma quello versatile e vario, cui l’interessato si deve muovere con la disponibilità a cambiare e la capacità di apprendere. Nella dinamica temporale delle scelte della formazione per il lavoro è avvenuta una sorta di rivoluzione ciclica: dalla specializzazione di un tempo, ingegneri e tecnici a iosa, a quella non meno significativa della completezza culturale di laureati in discipline umanistiche, capaci di divenire rapidamente parti del mondo produttivo condiviso. Il ciclo sembra ora ripartire, ma non appare corretto pensare che la scuola si forgi attorno alle necessità professionali, perché è solo un grande investimento quello di vederla legata alle necessità sociali in genere e culturali. Alcuni miei ex diplomati di un istituto professionale sono divenuti medici eccellenti, altri tecnici esperti giuridici, altri ancora giornalisti e opinionisti. Questo, a mio avviso come ho più volte scritto al ministro Valditara, deve fare la scuola, trascurando i momenti, ma privilegiando la sua storia. Che dire in ultimo sugli ITS tecnologici? Personalmente, da ideatore, la ritengo una grande esperienza professionale che viene praticata nella maggiore età , ma non è da lì che deve ripartire il sistema delle imprese in crisi, ma dall’ingegno e l’interesse dei suoi imprenditori; il resto è poi non difficile, imprenditori permettendo !
l pensiero espresso a tutela dell’istruzione tecnica e professionale, nonché dei giovani interessati alla tecnica, ha l’obiettivo di sostenere una classe dirigente imprenditoriale non auto referente, ma socialmente competente per valorizzare una scelta di formazione scolastica che deve “cogliere l’attimo” per se stessi! “
Giancarlo Ing. Marcelli


