Mi fa piacere ricevere telefonate o messaggi dai lettori che vogliono capire che sta succedendo nel mondo della comunicazione!
L’analisi e il tema è scottante perché tocca la qualità della nostra convivenza civile. In alcune circostanze noi giornalisti scriviamo senza pensare quale conseguenza lo scritto provoca nel lettore.
Quando il giornalismo abdica alla sua funzione di “cane da guardia” per diventare un “cane da compagnia” del potere, la democrazia perde la sua bussola. La tendenza a preferire l’autocelebrazione social e la velocità rispetto all’approfondimento è una scorciatoia che paghiamo cara in termini di consapevolezza.
Il giornalismo è un atto di resistenza: richiede tempo, risorse e, soprattutto, una schiena dritta che non si piega davanti ai desideri del “capo” o alle convenienze politiche.
La bussola da seguire la conosciamo tutti, spesso ci dimentichiamo L’Articolo 21 della Costituzione che recita “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Tuttavia, tra il diritto e la pratica si è scavato un solco profondo.
La mia analisi:
1. Il Tramonto del Coraggio: Scrivere “Sotto Dettato”
La dipendenza dal potere politico non è un fenomeno nuovo, ma oggi assume forme più insidiose. In un mercato editoriale in crisi, dove le vendite dei giornali cartacei sono crollate, molti editori dipendono da finanziamenti pubblici o da interessi industriali che si intrecciano con la politica.
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L’autocensura: Spesso non serve un ordine diretto del “capo”. Il giornalista, per timore di ritorsioni o per proteggere la propria posizione in un mercato precario, tende a smussare gli angoli, evitando l’inchiesta scomoda.
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La precarietà: Un giornalista precario è un giornalista meno libero. Se il contratto scade tra tre mesi, sfidare il potere diventa un atto di eroismo che pochi possono permettersi.
2. L’Era dell’Apparenza: L’Autocelebrazione sui Social media che hanno trasformato l’informazione in relazioni pubbliche.
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L’Evento come Prodotto: Oggi i politici e i potenti non rilasciano dichiarazioni, ma pubblicano “post”. Il giornalista spesso si limita a riportare la foto sorridente e il commento preconfezionato, trasformandosi in una cassa di risonanza invece che in un filtro critico.
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La Dittatura del Like: Le analisi a 360 gradi richiedono tempo e fatica. Ma l’algoritmo premia la brevità, il conflitto superficiale e la foto d’impatto. La “fiera della vanità” digitale uccide la complessità.
3. La Funzione Sociale: Il “Cane da Guardia” (Watchdog)
Il ruolo del giornalista non è quello di raccontare cosa è successo (per quello oggi basta uno smartphone), ma di spiegare perché è successo e chi ne trae vantaggio.
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Analisi vs Cronaca: La cronaca è piatta; l’analisi è tridimensionale. Fare un’analisi a 360 gradi significa collegare i puntini, indagare i flussi di denaro e le influenze dietro una decisione politica.
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Il Dovere di Scomodare: Se il giornalismo non disturba nessuno, probabilmente è solo propaganda o intrattenimento.
Il paradosso moderno: Abbiamo più accesso alle informazioni che in qualsiasi altra epoca storica, ma siamo meno informati perché mancano i “mediatori” capaci di distinguere il rumore dei social dalla sostanza della realtà.
Come uscire dall’angolo?
La soluzione risiede in un ritorno all’indipendenza economica (modelli basati sugli abbonamenti dei lettori e non solo sulla pubblicità o sui sussidi) e in un rinnovato patto etico tra chi scrive e chi legge. Solo un pubblico che pretende qualità può generare un giornalismo che ha il coraggio di essere scomodo.
Secondo voi, in un mondo dominato dalle immagini e dalla velocità, c’è ancora spazio per il giornalismo che riporti i fatti veri e non inchieste “ordinate” per svilire l’avversario e portare il consenso da una parte piuttosto che da un’altra.
Siamo destinati a una dieta mediatica fatta solo di titoli e slogan?


