Cosa sia il civismo, nell’esperienza politica nazionale e locale, è una questione molto complessa da esaminare e comprendere, in quanto ognuno cerca di associarvi la sua parte per sostenerla. In generale il civismo non deve essere la negazione della politica, ma solo un modo diverso di parteciparla, senza il coinvolgimento delle formazioni partitiche tradizionali.
Non fidandosi più di esse, pezzi di società si auto organizzano, al di sopra dei partiti, per sostenere battaglie e posizioni ideali che considerano trascurate. Ci sono molti esempi in atto di varia natura, nati con l’ambizione di creare un movimento trasversale per tenere insieme le varie appartenenze, dal mondo cattolico-democratico alla sinistra laico-progressista fino a quella ambientalista, o per contro dalla destra liberista a quella sovranista.
Nella politica locale è stato generalmente tutto un fiorire di liste e listarelle cosiddette civiche, frutto di mobilitazioni sociali che arrivano dal basso o di interessi trascurati. La vitalità del civismo ha un limite perché è in gran parte annullata dalla sua incapacità di radicarsi e durare rimanendo sempre un modo attraverso cui i partiti cercano di riconquistare la fiducia dei cittadini.
Paradossalmente qui potrebbe risiedere quello che può apparire come l’inganno del civismo!
Le grandi esperienze civiche nascono nell’impegno a lavorare per il proprio territorio e a risolvere i problemi più evidenti, ma la democrazia, attraverso la politica, va sempre protetta, ripopolata e deve entrare nella cultura della gente. Perché la politica sia indirizzata verso il bene comune, essa deve svilupparsi nella quotidianità, nei bisogni reali, e non può essere ridotta a mero esercizio del potere. C’è innegabilmente una crisi di ordine valoriale che ha generato sfiducia, ma la politica non è merce in vendita, non è contrattazione legata a soddisfazione del mercato, tanto meno a interessi individualistici! L’idea di essere attori non più solo spettatori, diventa una moda che si propaga, e con essa si possono consumare l’illusione ma nella disillusione si brucia tutto in fretta. Il “civismo politico”, appare allora come un monolite, un restare in mezzo al guado, una trasversalità che viene recepita quale impossibilità di dialogare e di tessere relazioni con i partiti, di costruire percorsi comuni per supportare progetti fondati su valori condivisi.
Tutto è divenire e ogni scelta si fa sempre passando dalla visione politica al terreno condiviso, sul quale si costruisce il futuro. Se la democrazia non può esaurirsi nell’esercizio del voto, il compito del civismo può anche essere quello di rigenerare i partiti, per riportarli a contatto con la società civile. Più il civismo si dota di una sua precisa identità, tale da non poter più ingenerare confusione con altre formule attuate dai partiti per riciclaggio, più il dialogo sarà di pari dignità. Più strumenti di partecipazione attiva verranno messi a disposizione del cittadino più si porranno le basi della partecipazione democratica, permeando di sano interesse la politica. Dunque il civismo va adottato non solo come movimento di protesta e di difesa, ma soprattutto quale forza rigeneratrice, da contrapporre alla deriva della democrazia. Risolvere i problemi del quotidiano, avere cura della qualità della vita dei cittadini, sono cose che si possono fare, se si esce da un’idea verticistica del potere e se, superando tutte le mistificazioni, si torna davvero a fare una politica dal basso.
Giancarlo prof. Marcelli


