L’insegnante Marco Iommi, coautore del recente volume “Annunziata 900. Santa Maria a Pie’ di Chienti. 1125-2025”, risponde gentilmente ad alcune domande su questa tipica chiesa di architettura cluniacense, sita lungo la vallata del fiume Chienti a Montecosaro Scalo (MC).

L’intervistato si dedica anche alla ricerca storico-artistica sul patrimonio religioso del territorio e alle sperimentazioni di educazione teatrale. È cofondatore e vicepresidente del “Centro Studi Montecosaresi”, e autore di saggistica e drammaturgia. Recentemente ha curato “La luce di ogni cosa. Nuove immagini di S. Maria a piè di Chienti”, mostra di fotografia e testi in prosa poetica con relativo catalogo.

Da chi, quando, e per sopperire a quale necessità fu costruita la chiesa di Santa Maria a Pie’ di Chienti detta della SS. Annunziata?

“Dal nascente monachesimo che si era dato il compito religioso e civile, che solo esso poteva svolgere, per ampia visione della vita e alto senso di abnegazione e sacrificio che richiedeva, di ricostruire laddove v’era stata distruzione, portata dalla caduta dell’impero romano d’occidente e dalle invasioni barbariche, vicende che toccarono pesantemente le nostre terre. Le origini sarebbero nei primi secoli del medioevo, ma esse, nel caso specifico, non possono essere dettagliate per la lacunosità della documentazione certa”.

 

Prima della costruzione cosa c’era nei dintorni?

“C’era una forte presenza di una civiltà altamente sviluppata, quella romana, costruita nei secoli con non poche difficoltà, cui fece seguito un ineludibile periodo di crisi. La distruzione, com’è nelle vicende umane, fu più rapida della costruzione. Di quel che fu, rimase poco o nulla. Dov’erano coltivazioni avanzò la boscaglia o la palude. Dov’erano costruzioni, rimasero ruderi. Dov’erano tante persone, ne rimasero in numero ridotto. Su quel poco intervenne il nascente monachesimo che si pose come unico volano della ripresa, svolgendo una minuziosa e capillare opera di rivitalizzazione e rilancio, su basi differenti rispetto a quelle del mondo precedente e fortemente modellate sul cristianesimo”.

Il corso del fiume Chienti, nei secoli, è cambiato o è stato deviato?

“Procedendo per ipotesi e per qualche deduzione, si potrebbe pensare che il corso del fiume sia stato un po’ più alto rispetto all’attuale, ma non abbastanza per mettere l’edificio a rischio di inondazioni. Contrariamente a quel che è stato scritto da qualche commentatore del passato, il piano superiore della chiesa fu costruito per motivi di stabilità e non per scongiurare le acque del fiume, che mai dovettero minacciare la chiesa”.

Com’è nata quella diatriba sulla data di costruzione?

“Mi interesso allo studio di questa chiesa da oltre un quarantennio e credo di possedere uno degli archivi più completi. Nei miei studi ho fatto sempre riferimento a ciò che è uscito dagli ambiti universitari, cioè laddove ci sono persone che svolgono per mestiere la professione di storico e di storico dell’arte. Mi pare che sia una cosa ovvia, così come, se avessi un dolore ai denti andrei dal dentista o se mi accorgessi di un guasto domestico alle tubature dell’acqua chiamerei un idraulico. Ora, in quegli ambiti accademici, certamente non ci sono diatribe sulla datazione della chiesa, ma alcune divergenze, non troppo ampie e comunque riconducibili a uno stesso periodo. La chiesa attuale ripete modelli cluniacensi e può collocarsi sul finire del sec. XI fino al primo sec. XII, con la data emblematica del 1125, conosciuta per via epigrafica e per il riferimento all’abate di Farfa Adenolfo, eletto proprio in quell’anno e subito in viaggio in terra marchigiana. Una chiesa che ingloba e sostituisce un’altra di più modeste dimensioni, attestata nel 936 e forse risalente ad alcuni secoli prima (ma qui mancano fonti certe e decisive per poter proporre una datazione più precisa). Rifacimenti successivi, in particolare quelli tra fine Trecento e inizio Quattrocento, con la costruzione di un piano superiore e la realizzazione del ciclo pittorico absidale, poi con altri interventi nei secoli successivi, fino ai quattro cicli di restauro, collocatisi in tutto l’arco del Novecento e nel primissimo Duemila, ci restituiscono la chiesa così come oggi la si può ammirare. Una chiesa – ci tengo a precisare – che non fu abbazia, ma dipendenza di Farfa (essa, sì, abbazia), né basilica. È vero, invece, che la diocesi di Fermo gli riconosce il titolo di santuario”.

In sintesi, quali sono i pregi architettonici ed artistici della chiesa?

“L’essere un altissimo esempio di arte romanica, realizzato secondo uno schema di tipo cluniacense, con deambulatorio a cappelle radiali, modificato e precisato con interventi successivi. In una formula di sintesi potremmo parafrasare l’eminente studioso Carlo Castignani, col dire di una chiesa sostanzialmente trecentesca-quattrocentesca che mantiene l’anima della costruzione di epoca romanica e tracce di un primitivo edificio. Una costruzione rara nel territorio italiano, che desta l’attenzione degli studiosi, fino a comparire come modello del romanico nei manuali di storia dell’arte in uso nelle scuole secondarie”.

Eno Santecchia

 

 

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