Un’opera che unisce luoghi, persone e tempi in un progetto di memoria condivisa attraverso le fonti orali.
Ci sono strade che semplicemente collegano un punto A a un punto B.
E poi ci sono strade come quella del Fargno, che attraversano la montagna ma anche la memoria, intrecciando vite, ricordi e un profondo senso di appartenenza a una comunità.
Costruita con determinazione, sacrificio e visione collettiva, la strada del Fargno è un esempio concreto di come l’ingegno umano possa dare vita non solo a infrastrutture, ma anche a legami sociali, simboli culturali e identità locali.
Scavata nella roccia negli anni Sessanta, collega idealmente non solo i versanti di Ussita e Bolognola, ma anche le generazioni: quella di chi la realizzò e quella di chi oggi la percorre.
Con questa targa commemorativa si rende omaggio a Florindo Contigiani (detto Fiore) e a tutte le persone che hanno contribuito a rendere possibile quest’opera straordinaria. Non è soltanto un ricordo del passato, ma un invito a non dimenticare e a riscoprire il valore della montagna, del lavoro condiviso e della memoria orale.
Un progetto collettivo: storia e testimonianze
La costruzione della strada del Fargno fu promossa dal Consorzio di Bonifica di Macerata e progettata dall’ingegnere Alfredo Arrà, con l’assistenza del geometra Machella. I lavori iniziarono tra il 1959 e il 1960 e si conclusero nel 1970, dopo oltre dieci anni di impegno e collaborazione.
Il cantiere fu suddiviso in tre lotti:
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Primo lotto: da Casali ai Piani di Pao, affidato alla ditta Costantino Rozzi di Ascoli Piceno.
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Secondo e terzo lotto: fino alla località detta Abbandonata, realizzati dalla ditta di Florindo Contigiani.
Il borgo di Casali, a pochi chilometri da Ussita e situato a oltre 1000 metri di quota, è immerso nella Val di Panico. I Piani di Pao, dominati dal Monte Rotondo, regalano panorami unici sul Monte Bove, la Valle del Rio Sacro e l’Altopiano di Macereto. La Punta Bambucerta, nella zona nord dei Monti Sibillini, si affaccia su un ambiente grandioso e selvaggio, tanto che la zona è conosciuta localmente come l’Abbandonata.
Lavori in quota: ingegno e fatica
Nella fase iniziale, il tracciato fu aperto utilizzando fioretti ad aria compressa per perforare la roccia viva, predisponendo la dinamite in cavità profonde circa due metri, fatta brillare simultaneamente con micce detonanti. Dopo ogni esplosione, il terreno veniva livellato con ruspe come la Fiat 60.
La ditta di Florindo Contigiani impiegò operai provenienti da Ussita, Bolognola, Colmurano, Sant’Angelo in Pontano e Sarnano. La signora Mariannina, moglie di Florindo, teneva la contabilità del cantiere, sostenendo il marito e condividendone la convinzione dell’utilità sociale dell’opera.
All’inizio, gli operai alloggiavano in una casa affittata a Casali di Ussita, dove la signora Costanza cucinava per tutti. In estate, alcuni portavano con sé i figli, trasformando la dimora in una piccola comunità.
Tra le testimonianze raccolte:
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Fernando Lombi di Colmurano, oggi ottantenne, guidava la ruspa a 24 anni e ricorda con emozione i compagni di lavoro.
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Corona Valeriano, anch’egli ottantenne, racconta che verso la fine dei lavori si tornava a casa ogni sera, pranzando al sacco, e ricorda con gratitudine il pranzo offerto dal proprietario della Capanna di Pintura.
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Giuseppe Contigiani, il più esile del gruppo, si calava per piazzare la dinamite, assicurato da una corda.
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Igino ed Enrico Contigiani erano alla guida delle ruspe (come nella foto di locandina).
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Lorenzo “Lorè” Cruciani di Sant’Angelo in Pontano lavorò alla sistemazione dei tombini nella fase finale.
Per completare il piano stradale intervenne anche la ditta Pacella di Fiuminata, dotata di mezzi più potenti.
Un’eredità da custodire
A 55 anni dalla sua realizzazione, la strada del Fargno è ancora un simbolo di identità territoriale. Non è soltanto il frutto di un progetto tecnico, ma di una visione collettiva: mantenere vivi i legami tra persone, luoghi e generazioni.
Questa targa non è solo un riconoscimento: è un invito a ricordare, a trasmettere storie e a riflettere sul valore del lavoro condiviso. È anche un monito a valorizzare e rivitalizzare le aree montane con politiche lungimiranti.
«I sentieri sono narrazioni su esseri umani che andavano a piedi. Puntano in avanti verso la meta, ma anche all’indietro, verso chi li ha percorsi prima di noi. La storia dei sentieri è anche la nostra».
(Torbjørn Ekelund, “Storia del sentiero: Un viaggio a piedi”, 2020)
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