Ci sono articoli, frutto di una lunga ricerca, che hanno bisogno di una presentazione per comprendere fino in fondo il significato e il valore dello scritto. Eno Santecchia è un giornalista e allo stesso tempo un “ricercatore” di storie ed eventi che spaziano nel tempo.
L’ ammirazione per i suoi scritti, mi ha portato a fare questa breve introduzione. Vi invito ad una lettura attenta e noterete preziosi dettagli.
Le conce il tannino lo scotano e le querce
Caldarola 1844
Tra i documenti che il maestro Fernando Mattioni, fondatore del museo della “Nostra Terra” di Pieve Torina, conserva, c’è la stima di tre fabbricati in uso alla concia dei corami (pellame) situata a Caldarola, in contrada Conce, di proprietà di Giacomo Gentilucci. A quei tempi Caldarola era sotto lo Stato Pontificio e nella Delegazione di Camerino.
Quella stima fu redatta dall’ingegner Luigi Napoleoni di Pievebovigliana il 10 febbraio 1844; l’incarico gli fu conferito dai figli del Gentilucci.
Il primo edificio si chiamava la “Concia di sotto”, il secondo la “Concia di Santa Lucia” e il terzo la “Concia di sopra, l’ultimo è in parte abitato.
Dal vecchio documento, in parte rosicchiato, si evince che il primo valeva 400 scudi e 37 baiocchi, il secondo 507 scudi e il terzo 438.
Apro una parentesi per far capire ai giovani cos’era lo scudo e il baiocco.
Lo scudo era in vigore dal Sei-Settecento; secondo Fernando aveva un valore approssimativo di 6,83 lire italiane, il baiocco, invece, 0,068.
I primi scudi furono coniati in Francia nel 1337, si diffusero in Italia nei primi anni del 1500. Rimase a lungo in uso tra gli stati della penisola, diversi erano i valori e i multipli e i sottomultipli. Il termine scudo indicava genericamente anche le grosse monete d’oro e d’argento.
Il baiocco era diffuso nello Stato Pontificio, dove era d’argento e valeva un ventesimo di lira. Fu abolito nel 1592. Rimase in circolazione solo la versione di rame coniata fino al 1866.
Il primo fabbricato aveva tre piani, si accedeva dalla porta est, conteneva quattro calcinari (per produrre la calce), tre scotani e 5 capitelli alla cui destra sorge murata una fornacetta e una caldaia di rame della capacità di 3 some (147 litri).
Fernando spiega che il calcinaro era una vasca con pareti impermeabili nella quale viene spenta la calce viva dove si immergevano le pelli da conciare. E la fornacetta era una costruzione in muratura per la cottura dei calcari.
Con una rampa di scale con 14 gradini di pietra calcare si accedeva al secondo piano. Un ampio vano veniva usato quale magazzino dello scotano, la pianta dal quale si estraeva il tannino per la concia. Quel locale ospitava anche legname, concimi ed altro. C’era un piccolo camerino con uno scrittoio ad uso del conduttore dell’opificio. Quel piano aveva accesso sulla strada pubblica.
Mediante una scala di legno con 13 scalini si accedeva al secondo piano dove si lasciavano asciugare i pellami; c’erano anche due panche di noce. A est ed ovest c’erano dei comodi balconi che circondavano le facciate.
(nella foto l’interno della conceria, oggi)

I muri, i solai, i pavimenti, il tetto, le porte e le finestre erano in sufficiente stato di conservazione.
L’edificio, sito al civico 337 (dell’epoca), confinava con la proprietà di Raffaele Brandi. Fu stimato col valore di 287 scudi.
La concia di Santa Lucia, anch’essa di tre piani, davanti all’edificio vi era un piazzale dove si scaricava e depositava il materiale ad uso dell’opificio. Sempre del Gentilucci, adiacente c’era un piccolo terreno arativo, era di fronte alla sponda del vallato del Molinello Garofoli. Una scala di legno con 14 pedate portava al terzo piano adibito all’uso di magazzino e di stenditore. Anche lì c’era un asciugatoio e due panche di noce.
I muri, i tavolati, i pavimenti e l’armato si trovavano in sufficiente stato di conservazione e solidità.
Quell’edificio, al civico 198, confinava a tramontana con i beni di Paolo Betti, a mezzogiorno e levante con il Rio, a ovest con la strada e il citato vallato del quale si usavano le acque. Il suo valore veniva valutato in 337,50 scudi.
Concia di sopra o Fiorenzuola
Al civico 180, composta di tre piani, piano terra, piano abitabile e secondo piano per uso corami e derivati.
(nella foto il fiume che scorre a fianco della Conceria)

Al piano terra c’erano due vani, nel primo c’era una mola per macerare le ghiande di Valonia (indicata con una sola elle) e vani per diversi usi. Esistono due capitelli cementati a stagno che servono per mettere a bagno la Valonia.
Con una scala di dieci gradini di pietra arenaria dura si accede al secondo piano abitabile dove si trovavano due camere da letto, una cameretta e un vestibolo. Dietro è situato un cortile cinto da muri.
Dalla strada provinciale si accede al terzo piano abitabile, dove ci sono due vani, uno dei quali con soffitta praticabile. I balconi circondano il fabbricato.
La fabbrica si trova in buono stato come gli armati dei tetti, i tavolati e mattonati, nonché le porte e le finestre.
L’edificio confina a tramontana con una casetta di proprietà di Domenico Gentilucci, a mezzodì con la strada, a levante con altra strada, a ponente con altro fabbricato del Gentilucci. Fu stimato in 438,54 scudi.
I tre edifici adibiti a conce venivano stimati in scudi 1.346,51. Il compenso per l’ingegner Napoleoni fu di 1300 scudi romani e 46 baiocchi. L’ingegnere chiese specificatamente il pagamento per la stima in scudi romani.
Riflessioni botaniche
Dal documento si apprende che, per la concia delle pelli, oltre allo scotano (Rhus cotinus), un cespuglio locale, che cresceva sopra Vestignano e a Capolapiaggia (Camerino), all’epoca si usava anche la polvere di ghiande della quercia Vallonea, una specie assai interessante.
La quercia Vallonea (Quercus ithaburensis) è originaria dell’Asia Minore e diffusa nei Balcani meridionali, isole greche e in Italia solo nel Salento, principalmente in provincia di Lecce. Non resiste alle basse temperature, forse il suo nome deriva da Valona, città dell’Albania, regione dove è diffusa.
Le querce vallonee italiane furono quasi totalmente abbattute negli ultimi secoli, per utilizzarne la legna da ardere.

A Tricase (LE) ci sono due esemplari monumentali: uno di oltre 700 anni e un altro di 400 anni.
Le cupole delle sue ghiande contengono fino al 50% di tannino di ottima qualità, e la polvere era utilizzata per la concia delle pelli. Una volta le sue ghiande grandi e dolci venivano mangiate come le castagne.
Fernando (classe 1934) ricorda che quand’era dodicenne, nei campi attorno di Casavecchia di Pieve Torina, vi erano tantissime querce (quasi sicuramente roverelle). Pochissime erano le querce che producevano grandi ghiande chiamate ghiande castagnole.
Dopo averle lessate con sale aggiunto (come le castagne), ne mangiò qualcuna per sfizio, ma aveva sentito raccontare che in passato, durante la mancanza di altro cibo, tante persone si erano nutrite di ghiande. Il padre aveva diversi alberi di noci, tra cui uno produceva frutti giganti.
Da notare che, nel vecchio documento, a volte le direzioni vengono indicate coi nomi dei venti. Ecco che allora occorre precisare. Sulla Rosa dei Venti il vento tramontana proviene da nord, mezzogiorno da sud. Nel medio Maceratese, il vento freddo che spirava dai monti Sibillini verso oriente mio padre lo chiamava montanaccio.
Al riguardo ho interpellato il prof. Kevin Cianfaglione docente di fitosociologia e geobotanica presso l’Università Cattolica di Lille, in Francia. Vediamo cosa ne dice in sintesi.
Se le ghiande della Vallonea sono ricche di tannino, allora non hanno interesse alimentare, perché più ne contengono e più sono amare. Le querce castagnole sono particolari, rare e con poco o senza tannino, e quindi non utilizzabili per la concia.
A Camerino ci sono due tipi di scotano che si coltivavano e che crescevano pure spontaneamente: il Cotinus coggygria (o Rhus cotinus) e Rhus coriaria. Il Rhus typhina è americano, ma è possibile trovare pure quello, anche se molto più raro in zona. Lo scotano è un arbusto molto più diffuso del normale perché si coltivava, difatti in autunno non è difficile vedere i monti delle valli del Chienti e del Potenza colorarsi di rosso acceso.
Diventato prefetto dell’Orto Botanico di Camerino nel 1864, il prof. Agostino Reali ha scritto anche delle altre specie che si usavano per la concia, come il castagno e l’ailanto. Come aveva fatto prima di lui, e forse l’aveva ispirato, il botanico geologo e zoologo Paolo Spadoni (1764-1826) di Corinaldo (AN).
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